Si avvicina il primo marzo, data fatidica dalla quale si inizierà a pagare il biglietto per entrare al Met di New Work. In ambito di cura museale e critica d’arte, la notizia non è certo accolta di buon grado.

Ma prima non si pagava, al Met?

Passato dal pay as you wish, ovvero l’offerta libera, il colosso dell’intrattenimento di qualità forse più conosciuto di New Yotk all’estero, cesserà la propria politcy libertaria. Il motivo sembra essere un buco di bilancio abbastanza consistente. Convinto a licenziare curatori, il direttore Thomas Campbell, e addirittura a interrompere alcune mostre in corso d’opera, il Met è quindi in difficoltà.

Se su questo dato lasciamo la competenza ai curatori museali newyorkers, possiamo in tutta serenità pensare alla nostra situazione italiana, e occuparci di quella. Quanti musei a entrata gratuita abbiamo in Italia? Ricordo non troppi anni fa lo stupore dell’entrare alla National Gallery, patrimonio artistico unico, inimitabile. Il pay as you wish era nella forma di un’urna trasparente, come quelle delle mance in alcuni locali e pub.

Non mi risulta che la National Gallery stesse affrontando una situazione di bilancio complessa, almeno quanto quella che le cronache attribuiscono al Met.

Ma mi posso spiegare l’insorgere dell’opinione pubblica contro il provvedimento, anche perché vedo delle cifre di biglietti che risultano abbastanza onerose per il consumatore. Lo stesso cospargersi il capo di cenere si è visto quanto un simile innalzamento repentino ha avuto luogo per gli Uffizi di Firenze.

Insomma, valutate le comprensibili necessità di bilancio: una via di mezzo, come un biglietto a prezzo popolare, non potrebbe essere una soluzione? Con la debita campagna pubblicitaria, per la quale sto già elaborando titoli. “Meet the Met” è finora in cima alla lista.

 

Simone Piazzola (classe 1985)

Parliamo brevemente di Simone Piazzola, giovane e con prospettive interessanti. Alla stagione operistica della Scala di Milano si è sentito di recente (a novembre, sempre nella stagione 2017/2018) nella Messa per Rossini.

Il baritono di origine veronese Simone Piazzola si sta esibendo a Monaco, Parigi, Dresda e Berlino. I palcoscenici europei lo premiano con ruoli di spessore, principalmente verdiani, con l’eccezione del Lord Enrico Ashton nella Lucia di Lammermoor al Semperoper Dresden. Mi sembra che la definizione di baritono drammatico gli si possa confarre, come penso che dimostri il premio Bastianini che questo giovane tenore ha conquistato a Sirmione, l’estate scorsa. Il drammatica belcantista della Lucia di Lammermoor non penso possa essere messo in discussione, si può però restringere il campo a “baritono verdiano”, per la sua grande plasticità, a mio avviso, e la sua straordinaria tenuta.

Comunque, Chailly l’ha diretto nella Messa per Rossini alla fine dello scorso anno, come solista. Aspetto con trepidazione il suo don Carlo nell’Ernani a ottobre dell’anno in corso.

Meteorite Ipazia, titolano i giornali.

Una figura controversa, così densa di categorie disparate da permettere appropriazioni ideologiche da fronti diversi.

Tralasciando in blocco clericalismi dell’ultim’ora, il mio pensiero va alla scuola di Atene del nostro Raffaello.

Che Ipazia trovi posto in questo consesso di grandi è in realtà un’equazione non così scontata. Lo stilnovismo, la mentalità cortese e la letteratura trobadorica da sole non bastavano ovviamente ad acuire l’interesse verso coloro del gentil sesso che manifestassero inclinazioni aristotelicamente “maschili”. La Beatrice dantesca non ha meriti intellettuali di sorta, per intenderci.

Un altro fattore da considerarsi è l’interesse dell’Umanesimo in un certo senso relativistico verso le conquiste scientifiche. Mi spiego, l’Umanesimo ha in sé i germi del metodo galileiano, almeno così ci insegnano i manuali di letteratura vocati alla nozione di continuità storica e progresso. Secondo questa visione, l’Umanesimo non è che un preludio, con la sua ricerca filologica, al tentativo di scandaglio veridico che poi sarà prerogativa e caratteristica delle scienze.

Meteorite Ipazia, una fusione tra generi

Il meteorite Ipazia quindi mi evoca anche quel meteorite che fu quella figura storica. Una donna, innanzi tutto, che per l’epoca ellenistica aveva più spazio di manovra della donna ellenica. Più accesso alla cultura, quantomeno, vista la fruizione documentata bi-genere delle Biblioteche di Alessandria e Pergamo, ad esempio. Ora, non so se fossero due realtà cosmopolite al punto da accettare la stranezza femminile, constato unicamente un dato di fatto.

Quindi, Raffaello percepì in lei non solo la dignità di parola e di ricerca spirituale attribuita alle donne cortesi accrescitrici di spirito. Ma anche, e soprattutto, una mente razionale, in barba a quella stessa concezione aristotelica che l’avrebbe privata dell’animo intellettivo. In quanto donna, sempre.

Il laicismo del quale è stata ammantata dalla tradizione successiva non preoccupa ovviamente Raffaello, che ha le Stanze Vaticane come obiettivo. Trovo comunque significativo il fatto che l’istituzione ecclesiastica consentisse all’epoca uno spiraglio di dissenso simile. Ingentilito dal tributo a Umanesimo e valori cortesi, che comunque denotano più una secolarizzazione dell’istituzione che altro.

Più che veicolo ideologico, mi pare molto una patina “fashion”, l’inserimento di Ipazia.

 

Mi sono poi scordato di aggiornare lo status del numero chiuso alle facoltà umanistiche alla Statale di Milano. Ne parlavo a settembre in questo intervento.

Vinto il ricorso al Tar, la facoltà ha deciso di non appellarsi al Consiglio di Stato sul numero chiuso.

Il numero dei partecipanti è stato così mantenuto aperto, come negli anni precedenti, per i corsi di laurea in Filosofia, Lettere, Scienze dei Beni culturali, lingue e letterature straniere, Storia, Scienze umane dell’ambiente, del territorio e del paesaggio. Esultanza dei collettivi universitari a parte, non sembra che in Senato Accademico fosse disposto a retrocedere, almeno a quanto si evince dai giornali.

Piuttosto, la necessità di garantire il regolare svolgimento delle lezioni ha avuto la meglio, la contingenza ha sopravanzato l’idea. Ma l’idea permane, solo penso avrà bisogno di un contraltare nazionale, per ora assente (il ministro Fedeli ha infatti mostrato assenso più verso la riapertura che altro).

Non sono incline all’appello accorato, ma riflettiamo quanto sia l’ammontare di capitale umano che si forma dietro quei portoni. Il numero chiuso renderebbe professionalizzanti dei corsi di studi che non sono nati per esserlo. Perché non mettere l’onesta premessa che “qui si studia per migliorare le proprie persone”? Capisco la frustrazione di non ottenere una adeguata remunerazione dopo anni di studio. Ma limitare il sapere? Se io volessi iscrivermi a Filosofia domani? Non ho necessità professionalizzanti, voglio solo avere i migliori insegnanti per veicolarmi la scuola di Francoforte, l’idealismo, voglio magari dare una veste strutturata all’ultimo libro che ho letto.

E’ una parzialissima analisi, come la precedente. Ma non può che suonarmi sospetta questa chiusura di numero, sospetta per il decremento della qualità globale dell’istituto universitario della prestigiosa Statale di Milano.

Macbeth in Sardegna, da quale classe sociale sarebbe stato rappresentato? Così sarebbe portato a chiedersi il sociologo che lo tentasse di attualizzare, secondo la buona pratica di un filone tardo ottocentesco di recupero d’ambiente arcaico per veicolare il moderno. Non amo personalmente l’attualizzazione nel suo senso topico, ovvero non amo che l’ambiente prenda il sopravvento su quello che dovrebbe essere lo spirito hegeliano dell’opera, che l’autore voleva pervasivo e degno di essere ricordato dai posteri.

Il rispetto per il contesto storico, insieme allo sguardo strutturalista crea in me un ingenuo e generico “rispetto del testo”. Ma tant’è, e applico il criterio al selvaggio “Macbettu” di Alessandro Serra, spettacolo che non ho visto ma del quale vengono date abbastanza sinossi sulla rete. Una caratteristica della critica teatrale da web è che racconta molti più dettagli logistici di quello che faceva la critica “colta” di un D’Amico, ad esempio.

Quindi, io so che lo spettacolo è in logudurese. E che la traduzione del testo shakesperiano prevede alcune variazioni di trama consistenti. Inoltre, dicono, il testo si sviluppa come un canto, il protagonista è un pescatore. Però, attenzione, se qualcuno sta storcendo il naso nel sentire l’odore della paventata attualizzazione, non temete, gli attori sono tutti maschi. Come nel più tradizionale teatro elisabettiano.

Macbeth in Sardegna è quindi il pescatore ambizioso e cantante

La moglie, come la Lady Macbeth nella comune memoria, lo spinge quindi ad avere ambizioni sociali superiori. Non recupero informazioni su come avvenga la coercizione, difficile da rendere in un contesto di “canto”, quale descrivono la pièce.

Il canto forse sostituisce, formalmente, la ritmica della versificazione, aggiungendoci la melodia, e questo può risultare un ammicco alla tradizione della Grecia dei classici.

Non ci è dato saperlo. In ogni caso, sicuramente la visibilità che stiamo contribuendo a dare a quest’opera dipende molto dall’hazard del titolo e poco dalla conoscenza del suo contenuto. Sapere poi che l’opera è stata ispirata da un reportage nei carnevali della Barbagia non contribuisce a togliermi i dubbi di attualizzazione selvaggia e assai poco rispettosa dello spirito del testo.

Mi domando perché non “Amletu”.

Riporto da Ansa:

VENEZIA, 15 DIC – Il cda della Biennale di Venezia, su proposta del presidente Paolo Baratta, ha deciso di nominare Ralph Rugoff direttore del settore Arti Visive con lo specifico incarico di curare la 58/a Esposizione Internazionale d’Arte del 2019. La rassegna si terrà dall’11 maggio al 24 novembre 2019; vernice 8, 9 e 10 maggio; inaugurazione al pubblico sabato 11 maggio.
Per Baratta “l’incarico a Ralph Rugoff conferma l’intenzione della Biennale di qualificare la Mostra come luogo di incontro tra il visitatore, l’arte e gli artisti. Una Mostra che impegni i singoli visitatori in un diretto confronto con le opere nel quale la memoria, l’inatteso, l’eventuale provocazione, il nuovo e diverso possano sollecitare lo sguardo, la mente e l’emozione di chi osserva, dandogli l’occasione di una intensa e diretta esperienza”. Rugoff dal 2006 è direttore della Hayward Gallery di Londra.
E’ stato tra l’altro direttore artistico della XIII Biennale di Lione.

Ho letto qualcosa di Rugoff durante gli anni ’80, quando scriveva di critica d’arte.

Una penna agile, e alcuni pareri fulminanti

Apprendo ora si è occupato di artisti del calibro di David Hammons, Mike Kelley, Paul McCarthy, Luc Tuymans, Andreas Gursky, Jean-Luc Mylayne, Raymond Pettibon e Jason Rhoades. Non uno sprovveduto, ma comunque un abito giovanile, come si attaglia alla Biennale.

La direzione precedente della biennale di Lione lascia ben sperare in un lavoro quantomento d’impatto sull’audience. Tenere alta l’attenzione della stampa non è facile, anche se la rilevanza di questa manifestazione è grande. Forse è arrivata a superare la necessità stringente di advertising, per quanto sia sempre necessario, ovviamente.

La scelta di un americano è in linea con la poca attenzione alla nazionalità che questo tipo di assegnazioni stanno assumendo. D’altra parte, può sembrare assurdo il vincolo campanilistico fine a se stesso. Cecilia Alemani era un volto molto più noto nel panorama nazionale, certo, ma non bisogna dimenticare la forte impronta internazionalista che la Biennale ha ormai assunto. Che impone, sempre a mio parere, che l’advertising prosegua com’è ora, rivolto ad alcuni bersagli esteri.

Per ora reperirò una raccolta di saggi di Rugoff. Si intitola “Circusa Americanus”. Speriamo.

Fu prima di diventare uno dei tenori wagneriani più famosi di tutti i tempi, tanto da essere invitato a Bayreuth, che il giovane tenore Giuseppe Borgatti si ritrovò a cantare alla prima a LaScala dell’Andrea Chénier. Era il marzo 1896 e il verismo era tendenza che bel si accoppiava con le istanze sociali della giovane monarchia italica.

Umberto Giordano infatti ha impostato buona parte della sua carriera su questo filone, con Fedora, cantato alla prima nientemeno che da Enrico Caruso. Il Voto anche, e Marina, opera prima con la quale partecipò a un concorso operistico poi vinto da Cavalleria Rusticana.

L’Andrea Chénier

L’Andrea Chénier non è opera per chi ha gusti tradizionali. I vocalizzi sono molti, e soddisfacenti solo se avete la fortuna di trovare un inteprete che sa colorare senza risultare forzato. A mio personale parere, anche un inteprete che non vibra troppo nei momenti di virtuosismo.

Storicamente le rappresentazioni di questo spettacolo sono diminuite dopo i primi trent’anni di continue riproposizioni, ma la popolarità dell’opera mi sembra che sia rimasta notevole. LaScala ha scelto di aprirvi la nuova stagione operistica, con un tenore azero che non conosco, Yusif Eyvazov. La controparte femminile è l’istrionica Anna Netrebko, che si sta facendo un discreto nome nella scena italiana e internazionale.

Il libretto è di Luigi Illica e si ispira a André Chénier, poeta francese vissuto in età rivoluzionaria. I buoni sentimenti rivoluzionari sono indorati dall’aura di positività semplice che accomuna la gran parte delle coppie tenore/soprano protagoniste nelle opere tardo-ottocentesche.  Il baritono, che nel triangolo assume solitamente il ruolo di oppositore, qui è entrambi. Anch’egli è innamorato di Maddalena, la giovane nobile che viene però conquistata dall’idealismo rivoluzionario di Chénier. Sarà la sua nefasta intercessione a far condannare a morte il poeta dal tribunale di Robespierre (salvo poi pensirsene entro il terzo quadro).

Infine il verismo, come prevedibile, si annacqua, e i due amanti muoiono, mentre il baritono si dispera.

Una bella opera, che consiglio a chi ama il virtuosismo, e a chi digerisce questo genere di trama.

E’ stato in scena fino a ieri il Mercante di Venezia al Teatro Fontana di Milano.

La regia di Filippo Renda ha voluto restituire alla pièce l’attualizzazione della quale sembra non si possa fare a meno quando un autore supera la soglia del normalmente rappresentato e entra nell’Empireo dei Grandi.

Di  Shakespeare si conta anche una versione cinematografica dell’attore hollywoodiano Michael Fassbender, che ho visto e trovato sorprendentemente onesta nella filologia, e insieme carica di quella modernità testuale intrinseca che le opere del Bardo hanno. Forse, l’esperienza della commedia, forse il tono tragico sempre mediato da un realismo non timido e molto teatrale.

Fatto sta che la questione che ci si pone di fronte a un Mercante scanzonato, circondato da personaggi scanzonati, con i toni tra il grottesco e il superficiale del presente magnifico e dalle sorti progressive, è: ma perché Shakespeare? Il tema della giustizia sembra essere il rovello di quest’opera, che lascia sospesa la questione della “pound of flesh”.

Un piccolo suggerimento, per la prossima attualizzazione: nel Mercante originale, la questione è risolta.

Sempre più incuriosito dal fenomeno del free touring, di cui ho già parlato. 

Credo che prima o poi mi spaccerò per un turista statunitense e parteciperò a una di queste esperienze di economia “dal basso”.

Duomo, Piazza Mercanti, Castello Sforzesco, Teatro alla Scala, San Bernardino alle Ossa, Università Statale, Galleria Vittorio Emanuele II.

“…And much more” recita uno dei tour più convenzionali. Non so cosa proporrei se avessi ancora l’età per imbarcarmi da guida in questo genere di avventura.

Probabilmente una “Milano degli Sforza”, con approccio tematico a tutti i monumenti e ai luoghi simbolo di questa rinomata famiglia italiana. O magari un tour dei teatri, con le principali prime che hanno contribuito a renderli famosi. Con una necessaria parentesi storica sull’epoca nella quale ogni tetro è stato in auge, qualche curiosità morbosa sulla vita del castrato 500esco di turno… Reperire queste informazioni nella memoria è tanto più difficile, quanto è facile ricordarle quando le si sente come unica nozione relativa a una città.

Avrei sicuramente trasferito la saggistica sociologica che studiavo a considerazioni abitative, attuali. Le gentrificazioni, l’abusivismo edilizio, le vie “della moda”, “della finanza”… Se penso a quanti differenti percorsi tematici si possono affrontare in una città come Milano, quasi rimpiango di non essere nato in tempi più recenti.

Prima o poi partecipo.

Tra i declivi verdeggianti di Varallo, sulle sponde del Sesia, nasce per volontà di un pellegrino di ritorno dalla Terra Santa il Sacro Monte di Varallo. Siamo alle soglie dell’età moderna e il culto delle reliquie è in piena auge. Il Sacro Monte si presta alla riproposizione dei luoghi sacri della via Dolorosa di Gerusalemme, e qui si crea un culto destinato a durare nei secoli.

Ci passeranno reali e santi (il più celebre Carlo Borromeo). Ma soprattutto lascerà la sua impronta Gaudenzio Ferrari, il Michelangelo piemontese. Le statue in legno colorato dell’annunciazione, dei personaggi del presepe, fino alla cappello dei Magi, sono calde e potenti.

Se di Michelangelo vero e proprio non parliamo, è vero che così è ricordato l’artista da certa critica.

Dal 23 marzo al 1 luglio 2018 è stata annunciata una grande mostra sull’artista cinquecentesco nelle tre sedi di Novara, Vercelli e Varallo Sesia.

I curatori, Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa, promettono incognite espositive. Sul percorso, l’assessorato alla cultura di regione Piemonte assicura che una grande parte sarà riservata alla didattica, sulla quale conviene investire. Sia per i finanziamenti che si possono ricevere in vista dello status di progetto didattico, banalmente, sia per la maggiore e garantita diffusione.

Dal punto di vista scolastico, visto quanto si parla ultimamente di didattiche alternative, la visita alla mostra è sicuramente interessante. Gaudenzio Ferrari si presta poi alla facile comprensione, con la sua matericità, i volti eloquenti, ma anche con la storia semplice che nella maggior parte dei dipinti veicola.

A Varallo, la stori evangelica. A Novara invece la storia della sua maturità, nel periodo più manierista e “alla moda” con le tendenze pittoriche del momento. Come non ricordare il michelangiolesco polittico della basilica di san Gaudenzio di Novara?

O, in Cattedrale santa Maria Assunta, lo Sposalizio di santa Caterina, di quasi dichiarata ascendenza raffaellesca?

Un’occasione da non perdere.

Gaudenzio Ferrari, Statue in legno dei Magi, Sacro Monte di Varallo